In quanto italiano, interrogarmi sulle ‘cose di Francia’, tra la dissoluzione dell’eclettismo e la crisi fine secolo, comporta innanzi tutto di ripercorrere letture ormai classiche, e che caratterizzarono stagioni della vita nazionale. Si ritenga dapprima l’articolo di Georges Sorel, Germanesimo e storicismo di Ernesto Renan, che ricostruisce quel clima di pensiero in cui una società ‘gelatinosa’, ‘orientale’, è vista come passibile di esiti autoritari, con la progressiva elisione dell’elemento politico, inteso come possibilità di scelta, a vantaggio di quello amministrativo, pensato come il prevalere di elementi automatici: testo che Croce pubblicherà sulla “Critica” nel 1931, l’eco dei totalitarismi del ‘secolo breve’ è da subito percepibile.
In questo senso andavano anche gli Studi sull’età della Restaurazione (1946) di Adolfo Omodeo, dove agiva un qualche vichismo contro un irrazionalismo di matrice romantica e ancora contro quell’ “esagerazione dell’idea dello Statu”, che “riduce l’uomo alla condizione di automa”. Quindi, l’andare investigando le ‘cose di Francia’ si risolve in un continuo interrogarsi sui caratteri precipui della storia italiana, e non solo: il discutere dell’Illuminismo, letto talora come una vera e propria ‘riforma intellettuale e morale’, o dell’incessante succedersi di rivoluzioni e restaurazioni si traduce di fatto in una sofferta riflessione sul problema storico dell’arretratezza nazionale.
Il rifiuto dell’idea di una philosophia perennis, necessariamente ordinata in sistema, va di pari passo con la necessità di un certo relativismo culturale, necessità non solo intellettuale (contro l’etnocentrismo), ma etico-politica, poiché la diffusione planetaria di un pensiero unico ha potuto operarsi solo a prezzo d’immani e molteplici violenze. Allora, di contro alla globalizzazione economica e politica, bisogna coltivare l’ibridazione intellettuale. Invero, anche il fatto che una cultura paia statica ciò può essere in funzione del sistema di riferimenti propri dell’osservatore, incapace d’identificare o apprezzare i valori che quella cultura esprime. E se la nascita della storia in Grecia è inseparabile da una desacralizzazione della verità e di un arretramento del mito, di contro l’utilizzazione ‘politica’ della storia nelle società contemporanee avvicina il discorso storico al discorso religioso: già la Rivoluzione francese, facendo ufficio nella Francia dell’800 d’evento fondatore, con la carica ideologica che esprimeva tenne luogo di mito. Il compito della filosofia resta quello di sottrarre l’uomo all’ignavia per gettarlo nel mondo, confrontato alla durezza del proprio destino, poiché non vi è azione consapevole che là ove c’è resistenza. Così ogni tentativo di fondare l’etica su principi neodarwinisti è condannato al fallimento: di contro ci si può augurare una tensione verso l’eudemonismo aristotelico inteso come realizzazione integrale: la figura del saggio montaignano si erge in tutta la sua attualità.